lunedì 2 aprile 2012

Jean Seberg

Non so se sono infelice perché non sono libera o se non sono libera perché sono infelice.

Patrizia: Signor Parvulesco, qual è la sua più grande aspirazione nella vita?
Scrittore Parvulesco: Divenire immortale, e poi... morire.

Federica Diomei Warner bros Italia


La delusione amorosa per la fine del rapporto sentimentale con l'attrice americana Constance Dowling, cui dedicò i versi di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi - ed il disagio esistenziale, lo indussero così al suicidio il27 agosto del 1950, in una camera dell'albergo Roma, a Torino, che aveva occupato il 26 agosto. Venne trovato morto disteso sul letto dopo aver ingerito più di dieci bustine di sonnifero.
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Il 17 agosto aveva scritto sul diario che venne pubblicato postumo nel 1952 con il titolo Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950: "Questo il consuntivo dell'anno non finito, che non finirò." ed il 18 agosto aveva chiuso il diario scrivendo:
« Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più.»
Sulla prima pagina dei "Dialoghi con Leucò" che si trovava sul tavolino aveva scritto:
« Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.»

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi 
questa morte che ci accompagna 
dal mattino alla sera, insonne, 
sorda, come un vecchio rimorso 
o un vizio assurdo.                                                                          I tuoi occhi 
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio. 
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza, 
quel giorno sapremo anche noi 
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo. 
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. 
Sarà come smettere un vizio, 
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso. 
Scenderemo nel gorgo muti.
(Cesare Pavese)




Federica Diomei

Federica Diomei
Anaïs Nin (1903 – 1977), scrittrice statunitense.
  • Il sesso non prospera nella monotonia. Senza sentimento, invenzioni, stati d'animo non ci sono sorprese a letto. Il sesso deve essere innaffiato di lacrime, di risate, di parole, di promesse, di scenate, di gelosia, di tutte le spezie della paura, di viaggi all'estero, di facce nuove, di romanzi, di racconti, di sogni, di fantasia, di musica, di danza, di oppio, di vino. (dalla prefazione a Il Delta di Venere)



Sylvia Plath -


Sylvia Plath, scrittrice che oppose una posizione di duro rifiuto dell’oppressione maschile, e per questo simbolo delle battaglie femministe negli anni ’60, nacque a Boston nel 1932, da padre entomologo e madre casalinga.
La sua carriera scolastica fu ottima e brillante; scrisse con successo e conseguì molti premi, uno dei quali la condusse a New-York, ospite di un’importante rivista del tempo, ma questa città, col suo ritmo di vita frenetico ed ossessionante, in fondo vuota, la sconvolse.
Tornata a casa non riuscì più a dormire, a mangiare, a scrivere. Andò da uno psichiatra che le praticò l’elettroshock, tentò il suicidio, fu salvata, entrò in manicomio.
La psicoterapia e gli elettroshock le consentirono di abbandonare ben presto la clinica, e la sua vita riprese con l’Università, i corsi di poesia, la tesi di laurea su Dostoewskij e l’amore per il poeta inglese Ted Hughues, che sposò dopo qualche tempo.
Per Sylvia, educata ai valori della società americana, il successo era fondamentale, ma la nuova condizione di moglie era un ricatto continuo alla sua attività di scrittrice.
Inizialmente svolse in modo normale le mansioni di casalinga e di moglie, e la sua creatività non venne meno, anzi, intraprese con successo la strada della poesia, poi nacquero i figli e la sua vita cominciò a trascinarsi su un binario monotono, e la maternità, da gesto creativo, diventò fonte di frustrazione e causa di depressione; infine scoprì di essere diventata irrimediabilmente moglie, con la consapevolezza che dall’altra parte c’era l’amante, perché il suo Ted la tradiva.
Sylvia si separò e portò i figli con sé, cominciando a vivere in ristrettezze economiche. E’ proprio in questo periodo che esplose la sua attività letteraria; nel 1960 pubblicò 
The Colossus, presentazione immediata del suo stile personale ed elaborato e, come tentativo di liberazione andando indietro nel tempo, testimonianza del suo crollo psichico, scrisse il romanzo The Bell Jar, in italiano La campana di vetro, che pubblicò nel 1963 con lo pseudonimo di Victoria Lewis.
Definito anche la storia di una schizofrenica, più che la ricostruzione di una patologia, 
La campana di vetro è la testimonianza del disperato bisogno di affermazione di una donna lacerata dal conflitto irrisolto tra le aspirazioni personali ed il ruolo imposto dalla società.
Sylvia non era "matta", era solo una donna fragile, sensibile e in crisi, che aveva tentato di seppellire l’ansia di libertà e la vocazione di scrittrice in un matrimonio apparentemente felice; infatti non rifiutò mai il suo ruolo, tentò fino alla fine di conciliarlo con le sue aspirazioni, di giorno faceva la madre, accudendo rigorosamente ai suoi figli, alla notte rubava qualche ora per scrivere, cercando di soffocare il proprio istinto di ribellione che riversava solo nelle poesie e che cercava poi di farsi perdonare comportandosi da figlia, moglie e madre esemplare:.
.non è vero quello che scrivo, sono buona, sono felice, rispetto le regole, lo prova la mia vita, ho fatto tutto quello che una donna deve fare…Infine, però, le aspirazioni a lungo represse riemersero con prepotenza, e le costarono la fine del legame matrimoniale, la solitudine e la morte.
Torturata dalla sua ansia di vivere e di esprimersi, che contraddiceva il ruolo tradizionale di moglie e madre, lacerata dal conflitto dall’essere per sé e l’essere per gli altri, Sylvia lasciò un’infinità di poesie violente e disperate ed un unico elemento di disordine nella cucina del suo appartamento: il suo corpo senza vita.
Un mese dopo la pubblicazione del romanzo preparò fette di pane imburrato per i figli, li mise al sicuro, sigillò porte e finestre con del nastro adesivo, aprì il gas, infilò la testa nel forno e si tolse la vita.  Una settimana prima aveva scritto l’ultima poesia, 
Orlo.
 

ORLO
La donna è infine perfetta.
Il suo corpo
Morto porta il sorriso del compimento
L’illusione di una greca necessità
Fluisce, nelle pieghe della sua toga,
I suoi piedi
Nudi sembrano dire:
Abbiamo camminato tanto, è finita.
Ogni bimbo morto, riavvolto, bianco serpente
Uno ad ogni piccola
Brocca di latte, ora vuota
Li ha piegati
Di nuovo nel corpo di lei come petali
Di una rosa si chiudono quando il giardino
S’intorpidisce e odori sanguinano
Dalle dolci, profonde gole del fiore notturno.
La luna non ha nulla di cui essere triste,
fissando dal suo cappuccio di osso
è abituata a questo tipo di cose.
Le sue macchie nere crepitano e tirano.


Federica Diomei

domenica 1 aprile 2012

mrs dalloway

Clarissa Dalloway è una bella e ricca signora di mezza età. È una donna di indiscussa classe, moglie di un rispettato uomo politico, un’eccellente padrona di casa, madre felice. Siamo nel 1923 a Westminster, nel cuore di una frenetica Londra, e la incontriamo in una giornata qualsiasi. La signora Dalloway infatti sta organizzando una festa per la sera, una festa alla quale tutta la Londra 'bene' sarà presente. È una donna mondana, Clarissa: attenta, metodica, dà disposizioni alla servitù, va a scegliere i fiori per la sera, passeggia per le strade della città. I gesti quotidiani e ripetitivi sono per lei come una guida che le permette di osservare la sua vita e potersi così perdere in pensieri e riflessioni sul suo significato. I ricordi tornano prepotentemente nel presente e la raggiungono quando Peter Walsh - l’uomo al quale era stata in passato sentimentalmente legata - di ritorno dall’India, decide di farle visita, così come l’amica Sally. Intanto Septimus Warren Smith sta passeggiando per la città in compagnia della moglie Rezia. La donna è preoccupata per l’instabilità mentale del marito, un reduce di guerra che dopo aver assistito alla morte di un amico non si è più ripreso. Sente le voci, crede di vedere l'amico perduto tra la gente e, mentre Clarissa si muove tra le ore della giornata scandite dai frenetici preparativi per la festa, Septimus arriverà alla sera vagando per le strade attraversando lunghe ore segnate dal Big Ben...
Da una parte Clarissa, dall’altra Septimus, due vite separate e parallele che sembrano però dialogare a distanza: due modi diversi di ritrovare se stessi, di affrontare i fantasmi, di immaginare la vita. Due giornate uniche che avranno epiloghi molto differenti e che si incontreranno grazie ad un racconto che il medico di Septimus farà alla festa di Clarissa. Quando Virginia Woolf scrisse La signora Dalloway aveva da poco letto Ulisse di James Joyce e l’idea del flusso di coscienza è scivolata addosso ai protagonisti che vengono seguiti dall’autrice per l’intera durata di un giorno. È il tempo, anzi sono le ore ad essere protagoniste del libro, (non a caso proprio Le ore doveva essere il titolo originale) e il ping pong tra le due storie che - solo apparentemente slegate - raccontano la fatica di vivere, la presenza delle scelte, il peso del passato, la voglia o meno di superare e trasformare ciò che siamo stati. Entrambi i protagonisti hanno paura ad affrontare le ore, entrambi devono affrontare gli spettri di un passato ancora così presenti nelle loro giornate, ma mentre Clarissa trova la forza nei piccoli gesti quotidiani, nell’impegno di superare i propri limiti affrontando con coraggio i ricordi, Septimus cederà alla disperazione preferendo l’annullamento. Come in quasi tutti i romanzi della Woolf la trama è semplice e rappresenta un mero pretesto per indagare l’inconscio dei personaggi, per scoprire le loro stanze, i ricordi, i sogni. Attraverso la separazione delle storie e la loro distanza ci accorgiamo di quanto in realtà facciano parte di un quadro sempre più grande e affascinante, un quadro che di romanzo in romanzo, di storia in storia la Woolf non smette di dipingere.

Federica Diomei 

esistenza - pppasolini


Esistenza

Ritrovarmi in questo ovale
con un legame vitale
in solitudine a volteggiare
con l 'infinito aspettare
di qualcosa.
Sognare
di poter camminare
in un nuoto perpetuo
di pensieri
intravedendo una luce bianca.
La fine di tutto.
Uno schiocco
Un pianto.
La nascita della vita in bracccio a giganti biancheggianti.
Crescendo vidi cose senza senso
cosciente del perduto collettivo senno.
Vidi uomini con biancheggianti vestiti
baciare e non procreare
di fronte a un freddo altare
in nome di una croce
e un continuo narrare.
Federica Diomei Warner bros ItaliaEsseri travestiti
professare falsi miti
e scuole dove si imparava a vivere
lasciando l'intelligenza reprimere.
Sicuri di un tranquillo lavoro
si sedevano su un falso trono
lasciando che un finto quadrato
rubassero loro gli anni d'oro.
Ed ora piano piano mi invecchio
sperando ancora in un qualche cambiamento.
Disteso in un biancheggiante letto
rimango cosciente che della vita
e delle esperienze connesse ad essa
non mi interessa piu niente.
Tutto improvvisamente si illumina di bianco
e mi appresto al grande salto.
Ma con me non posso portare nient'altro
che un tatuaggio
situato dentro al cuore
con impresso dentro il nome
di quella persona che in questa vita
mi diede tanto amore.